ALESSANDRO BORELLA - Giornalista, scrittore, co-fondatore della Gazzetta del Popolo

di Emilio Champagne



Originario di Castellamonte, nacque a Torino il 02 maggio 1815 dal padre Bartolomeo uno dei cospiratori dei moti del 1821 ed esule in Spagna, ereditò l’amore per le libertà civili. Laureatosi nel 1839, in medicina e chirurgia all’Università di Torino, iniziò esercitando per qualche tempo, la professione medica nel paese di Scarnafigi e in seguito fece il medico di beneficenza in Torino.
Una voce potente dentro di sé, lo chiamava però altrove e lo costringeva, per così dire, a rivolgere i suoi studi e il suo talento a curare altre storpiature, che non erano quelle del corpo, ma quelle della società. Già prima del 1848 e della concessione della libertà di stampa, il Borella aveva cominciato a scrivere articoli critici, che già rivelavano la coraggiosa penna che sarà di lì a poco. 

Finalmente con la proclamazione dello Statuto Albertino e della libertà di stampa, un periodo nuovo si apriva per i mezzi d’informazione, ma la diffusione delle notizie si trovava fortemente limitata: da una parte l’arretratezza tecnologica delle stamperie e dall’altra l’inesistenza di una struttura distributiva di trasporto e vendita dei giornali.  Per diffondere le idee di libertà occorreva avere un giornale che riuscisse a farsi capire dalla grande massa di analfabeti che superava 80% della popolazione e avesse un costo contenuto che permettesse di essere acquistato anche dalle classi popolari.
Decisivo fu per Alessandro Borella l’incontro con due notevoli personaggi: Gian Battista Bottero e Felice Govean. Tra i tre si stabilì presto un forte vincolo d’amicizia, unito dalla comune passione per la scrittura e la decisa volontà di elevare il popolo dalle nebbie dell’ignoranza e dell’oscurantismo nel quale da sempre era tenuto. Così i tre decisero di fondare un giornale nuovo che puntando sulla vivacità della scrittura, sulla chiarezza delle informazioni e su un prezzo di vendita molto basso, avesse la più ampia diffusione tra il popolo.

Un giornale destinato al popolo e che quindi fu denominato “La Gazzetta del Popolo”, anche se è necessario precisare che il giornale intendeva per popolo, la piccola borghesia, gli artigiani, gli operai qualificati, nei quali identifica le forze progressiste emergenti.  Fin dall’inizio la politica del giornale assunse un tono d’avanzato liberismo e una forte carica anticlericale, motivata dalla constatazione che la stragrande maggioranza delle informazioni arrivava al popolo minuto attraverso la Chiesa con il suo apparato di parroci e di religiosi vari, diffusi capillarmente su tutto il territorio. Vi era anche da considerare che per tutta una serie di ragioni, non ultimi la questione del potere temporale del Papa, la Chiesa non vedeva di buon occhio, né l’ideologia liberale, né un’unità d’Italia a spese dello Stato Pontificio.
Il giornale, però, appoggiava la politica di Cavour e si professava lealista verso la monarchia e ciò lo metteva al sicuro da accuse di sovversivismo.  Il primo numero del giornale fu stampato il 16 giugno 1848, appena tre mesi dopo proclamazione dello Statuto, nella tipografia Baricco e Arnaldi di via Stampatori n°6. Nel 1864, la Gazzetta del Popolo divenne il più importante giornale torinese, con oltre venti mila copie di tiratura, e nel 1874, il secondo quotidiano italiano, superato soltanto da “ Il Secolo” di Milano.

Del quotidiano torinese, Alessandro Borella ne visse le complesse vicissitudini, continuandone la lotta politica anche nelle aule del Parlamento. Deputato dalla II all’VIII Legislatura aderì alla sinistra costituzionale e sostenne con vigore l’unità nazionale.
Sostenitore delle Società Operaie si adoperò per la loro diffusione, poiché era convinto che per dare ai lavoratori dignità e diritti bisognasse superare l’aspetto puramente caritativo dei problemi sociali.
“Tanto i gesuiti, quanto i retrogradi, - scriveva il 3 gennaio 1850, - sono contrari alle società di mutuo soccorso volendo solo mettere in uso l’ostentata elemosina fatta dal ricco al povero.”     ”La carità, cosa eccellentissima ed evangelica [….]è obbligo in certi casi, in cose private, ma non può formare un sistema. Se essa fosse generalizzata, gli Stati sarebbero costituiti non da veri cittadini, ma da un’accozzaglia di ricchi capricciosi, che dispongono dei capitali, e di clienti umiliati, che da loro aspettano un boccone di pane”.
In Parlamento non parlava spesso, ma era oratore conciso ed efficace. Fu tra i promulgatori delle prime petizioni per l’abolizione dei privilegi ecclesiastici e l’incameramento dei loro beni.

Dopo l'unità nazionale sostenne, dai banchi del Parlamento e dalle colonne della Gazzetta, le leggi per l’istruzione popolare libera e gratuita, per il matrimonio civile e in generale per la laicità dello Stato. Scrisse dieci libelli politici su temi di attualità e lasciò diverse opere “morali”, a metà tra le tradizioni filantropiche illuminate e i propositi di educazione popolare mazziniana.
Alla Gazzetta del Popolo dedicò gran parte delle sue energie intellettuali e nei venti anni di collaborazione scrisse più di 2600 articoli e ciò, nonostante fosse stato colpito dalla tubercolosi che per tanti anni i medici riuscirono a controllare, ma che lo costrinse a lunghi periodi di convalescenza.
L’aggravarsi del male gli impedì di terminare la trattazione degli argomenti che si era prefissato. Nello stesso anno della morte, furono pubblicati due volumi, dal titolo “Rivelazioni del perispirito di Alessandro Borella”, curati da amici ed estimatori del Borella, che interpretarono il suo pensiero sotto forma di un’impossibile intervista al suo spirito e ne completarono, in qualche modo l’opera.
Alle ore 3 del 24 maggio 1868, in una casa sulle colline di Cavoretto, Alessandro Borella cessava di vivere alla ancor giovane età di 53 anni.

Così l’amico Mauro Macchi ne ricordò le ultime ore:
“Tra le angosce della morte egli fu calmo e sereno, in modo veramente ammirando. Nessuno sopportò mali si atroci e prolungati, non dirò con più cristiana rassegnazione, ma con più filosofica placidità. E così fece anche quando la morte l’ha poi colpito davvero. Abbandonandosi al sonno eterno colla stessa tranquillità”.
Il giorno dopo all’annuncio della morte fu dedicata interamente la prima pagina della Gazzetta del Popolo e nei giorni seguenti fu commemorato nelle pagine del giornale. Il 26 maggio 1868 si svolsero i funerali, ai quali parteciparono i molti che gli furono amici, forse senza averlo conosciuto di persona. Alle rappresentanze delle Società operaie, degli studenti, della libera stampa di Torino, delle società massoniche, si erano uniti valenti artisti, militari, deputati, consiglieri provinciali e comunali e una moltitudine di cittadini.

Considerato e celebrato come uno dei maggiori esponenti del giornalismo subalpino, fu progressivamente emarginato dopo la stipulazione dei Patti Lateranensi tra Mussolini e il Vaticano, poiché le sue idee di accentuata laicità e di separazione fra Chiesa e Stato mal si conciliavano con la nuova politica, che mirava a colmare il solco che si era scavato in epoca risorgimentale.
Un monumento ad Alessandro Borella è stato dedicato a fine Ottocento, dalla Città di Torino, e si erge in Largo IV marzo, vicino alle Porte Palatine. Un busto bronzeo si trova esposto al Museo del Risorgimento italiano.


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